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 Giovani Verga e Rosso Malpelo

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Demian
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MessaggioOggetto: Giovani Verga e Rosso Malpelo   Gio Ott 23, 2008 9:13 pm

Giovanni Verga

Giovanni Carmelo Verga (Catania, 2 settembre 1840 – Catania, 27 gennaio 1922) è stato uno scrittore italiano, considerato il maggior esponente della corrente letteraria del verismo.

Il verismo è una corrente letteraria italiana nata all'incirca fra il 1875 e il 1895 ad opera di un gruppo di scrittori - per lo più narratori e commediografi - che costituirono una vera e propria "scuola" fondata su precisi principi.
Il verismo nasce sotto la diretta influenza del clima del positivismo, quell'assoluta fiducia nella scienza, nel metodo sperimentale e negli strumenti infallibili della ricerca che si sviluppa e prospera dal 1830 fino alla fine del XIX secolo. Inoltre, il Verismo si ispira in maniera evidente al Naturalismo, un movimento letterario diffusosi in Francia dalla metà dell'800.
Si sviluppa a Milano, la città dalla vita culturale più feconda, in cui si raccolgono intellettuali di regioni diverse; le opere veriste però rappresentano soprattutto le realtà sociali dell'Italia centrale, meridionale e insulare. Così la Sicilia è descritta nelle opere di Giovanni Verga, di Luigi Capuana e di Federico de Roberto; Napoli in quelle di Matilde Serao e di Salvatore di Giacomo; la Sardegna nelle opere di Grazia Deledda; Roma nelle poesie di Cesare Pascarella; la Toscana nelle novelle di Renato Fucini.



Rosso Malpelo

Rosso Malpelo è una novella dell'opera di Giovanni Verga Vita dei campi (1880).
Questa novella, pubblicata nel 1880, è uno dei capolavori del Verismo, raccolta in Vita dei Campi di Giovanni Verga. In essa descrive la realtà di povertà e sfruttamento delle classi disagiate in Sicilia alla fine del XIX secolo, realtà che egli conosceva ma che emergeva altresì dalle inchieste del Regno d'Italia da poco formatosi (1861). Oltre questo l'opera è anche un ritratto, umanissimo e di grande attualità, di un adolescente (Rosso Malpelo), condannato dai pregiudizi e dalla violenza della gente all'emarginazione e ad una tragica fine.
La novella di "Malpelo" è uno dei primi esempi dello stile dell'"impersonalità" dove non vi è un narratore onnisciente che da un punto di vista distaccato mette in scena i personaggi, li presenta ,li giudica o li compatisce. L'imparzialità in questa novella è raggiunta da Verga attraverso la tecnica dello "straniamento" (teorizzata dal narratologo russo Šklovskij), per la quale viene mostrato strano qualcosa di diverso, o viceversa, dal momento che viene preso un punto di vista diverso dal consueto. Verga ottiene questo effetto attuando una regressione culturale, facendo coincidere il suo punto di vista con l'opinione comune del villaggio di Malpelo, come è possibile evincere dall'incipit:
" Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo, aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo."
Verga narratore utilizza infatti delle proposizioni consecutive e conclusive che stonano nell'orecchio del lettore il quale percepisce che la vera opinione di Verga autore è diversa.

Trama
Malpelo è un ragazzo dai capelli rossi, che nel pregiudizio popolare indicava il suo modo di essere "malizioso e cattivo" ; da qui il soprannome "Rosso Malpelo". A causa di ciò Malpelo è maltrattato da tutti e non trova affetto neanche in famiglia: la madre non si fida di lui, e quando torna a casa la sorella lo accoglie picchiandola. Malpelo lavora con il padre, Mastro Misciu (la bestia), in una cava dove si estrae la rena. I due sono molto legati: Misciu infatti è l'unico ad avergli mai dato affetto, e Malpelo, appena gli altri operai deridono il pover'uomo, lo difende. Un giorno il padre deve terminare un lavoro preso a cottimo, per eliminare un pilastro dalla cava, malgrado sia molto pericoloso. Si diceva che solo un testardo avrebbe accettato di eseguire lavori di quel genere. La sera tardi, mentre Malpelo gli sta dando una mano, il pilastro cade all'improvviso addosso al padre. Quando anche Zio Mommu, detto "lo Sciancato", viene a sapere della disgrazia, è ormai troppo tardi, perché sono passate tre ore e Mastro Misciu è già morto. Nessuno invece fa caso al figlio, che inutilmente scava nella rena lacerandosi le unghie nello sforzo di salvarlo. Dopo la morte del padre Malpelo divenne ancora più cattivo agli occhi di chi lo osservava e riprese a lavorare alla cava proprio nella galleria dove era morto il padre. Qualche tempo dopo alla cava venne a lavorare un ragazzino piccolo e debole che prima faceva il muratore, ma fu costretto ad abbandonare il mestiere a causa di una caduta da un ponteggio in cui si era lussato il femore. Il ragazzo, soprannominato Ranocchio per il modo in cui cammina, diventa oggetto di sfogo di Malpelo che lo tormenta: lo picchia, lo insulta, e se Ranocchio non si difende, lui continua, perché vuole che impari a reagire. In realtà il motivo di tale cattiveria è dato dal fatto che Malpelo gli vuole bene e vuole che impari la dura lezione della vita; Malpelo infatti spesso gli dà la sua razione di cibo pur di non farlo morire di fame, oppure lo aiuta con i lavori pesanti. Dopo qualche tempo viene ritrovato il corpo di Mastro Miscu: per lo shock Malpelo si allontana per qualche giorno dalla cava e quando torna decide di andare a lavorare in un'altra galleria. Tutto ciò che gli rimane dal padre sono i suoi pantaloni, che la madre di Malpelo sistema per adattarli all'altezza del figlio, il piccone e un paio di scarpe, che Malpelo custodisce come tesori. Quando un asino grigio muore di patimenti e il carrettiere lo getta nella sciara, Malpelo trascina Ranocchio con lui a vedere i cani mangiarselo. Secondo Malpelo la morte è la liberazione di tutto, e per i deboli sarebbe meglio non essere mai nati. Ranocchio invece gli spiega del Paradiso, il posto dove i vivi che sono stati brave persone vanno a riposare in eterno. Non molto tempo più tardi Ranocchio, il quale deperiva da un po', si ammala di tubercolosi e muore in breve tempo. Malpelo adesso è effetivamente solo dato che la madre ha trovato un nuovo compagno e la sorella ha un marito e nessuno lo vuole più in casa. Alla fine Malpelo muore alla cava: gli era stato infatti affidato il compito di verificare un tratto di una galleria ancora inesplorato. Nessuno voleva prendersi un simile compito, ma Malpelo accetta subito dato che non ha nessuno che possa rimpiangerlo. Prese gli attrezzi del padre e partì, nessuno seppe più nulla di lui e nemmeno le sue ossa furono ritrovate. Oramai Malpelo non è altro che una leggende della cava, i ragazzi hanno infatti paura di parlare di lui per paura di vederselo comparire davanti.



Indubbiamente questo romanzo verista risulta essere una cruda testimonianza della realtà siciliana, tale da sembrare quasi disumana e lontana da noi, nonostante tutto.
Da sempre ha destato molto sospetto una descrizione cruda della/e realtà che sono intorno a noi, tanto da credere che vi siano presenti esagerazioni di ogni sorta.
Voi cosa ne pensate di questo romanzo e della realtà che descrive? Vi pare reale, o "edulcorata" (nonostante il Verismo prevedesse un'oggettività assoluta)?
A voi la parola Very Happy
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